La struttura sanitaria nella grande guerra
«Tintura di iodio e aspirina» erano le parole che più ricorrevano negli ambienti sanitari durante la Grande Guerra
: due sostanze medicamentose talmente importanti da non dover mai mancare.“Tintura di Iodio ed aspirina” erano le parole che più ricorrevano negli ambienti sanitari della Grande Guerra: due sostanze medicamentose talmente importanti da non dover mai mancare, preziose come l’acqua. Naturalmente tale loro importanza ne consigliava l’uso esclusivamente presso le infermerie e gli ospedali, privando i soldati della possibilità di recare con sé, nello zaino, disinfettanti e compresse.
Il fante italiano del 1915, infatti, entrava in guerra con una dotazione sanitaria molto semplice comprendente un pacchetto di medicazione per il primo soccorso (garze) per poi essere attrezzato di maschera antigas ed occhiali protettivi antigas lacrimogeni.
Gli addetti al servizio sanitario si dividevano in due categorie: i soldati del Corpo della sanità militare (con gli assimilati della Croce Rossa) ed i militari di supporto assegnati per l’occasione. Nel reggimento l’assistenza ai malati ed ai feriti era diretta da un capitano medico aiutato da subalterni (in genere
aspiranti medici o studenti) nei battaglioni. Il battaglione possedeva due caporali aiutanti di sanità in grado di dirigere le squadre dei barellieri (otto uomini per compagnia). Alle compagnie di alpini e di bersaglieri ciclisti, così come alle sezioni mitraglieri, erano poi assegnati militari addetti al servizio medico per fungere da supporto. Tutti portavano il bracciale distintivo internazionale.
Le attrezzature sanitarie erano distribuite ai battaglioni. Soltanto le compagnie alpine e dei ciclisti avevano dotazioni autonome. Queste consistevano in tasche, borse e zaini di sanità, borracce e lampade con croce, affidate ai portaferiti o agli aiutanti di sanità. Esistevano poi i cosiddetti cofani di sanità, contenitori per materiali svariati trasportati su apposite carrette, e quattro barelle per battaglione (o per compagnia alpina e di ciclisti). I materiali alpini differivano sensibilmente da quelli per fanteria, per l’uso specifico in montagna.
Con lo scoppio delle ostilità anche la Croce Rossa Italiana, ente autonomo, mobilitava il suo personale (circa 9500 uomini e 1200 ufficiali). Parte di questi militari fu assegnata alle unità sanitarie del Regio esercito; la maggioranza rimase in servizio presso le strutture sanitarie della Croce Rossa stessa (209 unità tra ospedali, ambulanze, treni ecc.). Tutti erano dotati di uniformi e distintivi propri del corpo autonomo, mentre le attrezzature tecniche erano per lo più identiche a quelle dell’esercito.
Le strutture sanitarie in guerra erano di tipo molto diverso l’una dall’altra. Potevano essere classificate in unità mobili o fisse. A quest’ultima categoria corrispondevano soprattutto i grandi ospedali convalescenziari delle retrovie ed i magazzini sanitari. Le unità mobili, in altre parole quelle che potevano essere spostate secondo le esigenze tattiche, divennero, nel corso della guerra, molto spesso stabili a causa della staticità del fronte. Solo la grande offensiva di Caporetto causò un esteso spostamento di strutture sanitarie, determinando pure, tra l’altro, la perdita di interi ospedali, molte attrezzature e di un ingente numero di materiali.
Le unità mobili più elementari erano le infermerie campali ovvero i posti di soccorso, il primo punto
di raccolta e medicazione dei feriti in battaglia. Nelle prime retrovie si trovavano le Sezioni di sanità affiancate spesso dai posti chirurgici avanzati, dotati di gabinetti per analisi e per radiografie. Le Sezioni di sanità erano, per dirla con Salvator Gotta nel Piccolo Alpino: « ... composte da un gruppo di uomini (medici, infermieri, portaferiti)i quali vanno a prendere i feriti di guerra dalle prime linee, rifanno loro le fasciature fatte in trincea, li operano rapidamente nei casi gravi e, per mezzo delle autoambulanze, li portano subito a
gli ospedali da campo. Unità mobile, che si può spostare a seconda delle occorrenze, e ha tutto il suo armamentario di ferri chirurgici, medicinali, bende distribuite in tante cassette che vengono caricate sui muli. »
Lo sgombero dei feriti era affidato ai barellieri sino alle infermerie. Oltre le trincee si utilizzavano i trasporti someggiati, le ambulanze su carretta o le automobili. Naturalmente la presenza di animali da soma era preponderante nelle unità che operavano in montagna. Nelle retrovie, ove possibile, i feriti e gli ammalati erano trasportati sui treni ospedale.
Tutto il traffico dei bisognosi di cure si snodava tra ospedali di dimensioni diverse e varie specializzazioni. A guarigione avvenuta, i soldati si recavano ai propri distretti militari per una visita di idoneità che stabiliva se il convalescente era nuovamente in grado di combattere. In tal caso il soldato ritornava in zona di guerra, non necessariamente allo stesso reggimento presso il quale aveva prestato servizio. La concentrazione dei convalescenti presso nuovi reggimenti, originati da pochi distretti o da medesimi depositi di reclute, finì in tal modo per aumentare il carattere regionale delle unità in guerra.
Di Nevio Mantovan